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Executive Master of Business Administration

Piero Marchesi

Active
Schweizerische VolksparteiFraktion V
SchweizTessin

Mandate
Party
Schweizerische VolksparteiSource: SVP
Parliamentary group
Fraktion V
Parliament
Schweiz
Electoral district
Tessin
Chamber / sector
NR
Seat number
76
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Official profile
Personal
Gender
Male
Born
19. September 1981
Marital status
verheiratet
Occupation
Unternehmer/in
Language
Italian
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Lugano 23
6988 Ponte Tresa
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Grosser Rat
Schweizerische VolksparteiFormer
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Q77073233
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CHE
Source updated
01.07.2026
Record updated
04.07.2026
First imported
14.08.2025
Voting record(8703)
  1. Nein
  2. Nein
  3. Nein
  4. Nein
  5. Nein
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  • Lobbyist
    Aschwanden Jürg · Interessenvertreter/in
    30.09.2025 – 31.12.2199Schweiz
    Liberty Global/SUN
  • Lobbyist
    Moor Michele · Interessenvertreter/in
    30.09.2025 – 31.12.2199Schweiz
    Società svizzera degli ufficiali dell'esercito (SSU)
Speeches(100)
  1. Redetext
    Schweiz

    La mozione in oggetto chiede al Consiglio federale di proporre i necessari adeguamenti legislativi e di adottare le misure del caso finché sia possibile ordinare, nei confronti dei richiedenti l'asilo ospitati nei centri federali che violano le regole d'uscita, mettono in pericolo la sicurezza e l'ordine pubblico all'esterno dei centri, oppure sono oggetti di un procedimento penale, un coprifuoco fino a 10 giorni o una detenzione fino a 10 giorni.

    Il punto centrale è chiaro, la sicurezza all'interno dei centri federali è importante ma non basta. Occorre proteggere anche la popolazione che vive e lavora nei pressi di questi centri. La revisione della legge sull'asilo ha già permesso di migliorare alcuni aspetti legati alla sicurezza dei centri. Tuttavia, restano problemi concreti all'esterno, vale dire violazioni dell'ordine pubblico, mancato rispetto delle regole, comportamenti aggressivi, danni materiali, furti e altri reati.

    La commissione ha preso atto delle osservazioni del Consiglio federale che propone di respingere la mozione richiamando la ripartizione delle competenze tra Confederazione, Cantoni e autorità penali. Il Consiglio federale sostiene in particolare che la SEM è competente per la sicurezza all'interno dei centri, mentre la sicurezza esterna compete di principio alle autorità cantonali. La maggioranza della commissione ritiene però che proprio questa situazione dimostri la necessità di intervenire. I reati e le violazioni dell'ordine pubblico commessi nelle immediate vicinanze dei centri federali d'asilo gravano in modo significativo sulla polizia e sulle autorità penali cantonali. Inoltre, questi episodi compromettono l'accettazione dei centri federali da parte della popolazione residente nelle loro vicinanze.

    La commissione considera le misure proposte nella mozione adeguate, efficaci e proporzionate. Sono limitate nel tempo, con una durata massima appunto di dieci giorni, e mirano a ristabilire ordine e sicurezza in situazioni problematiche. Pur limitando la libertà di movimento delle persone interessate, possono essere considerate misure disciplinari. La commissione ricorda inoltre che in altri ambiti, come ad esempio quello militare, sanzioni analoghe possono già essere applicate nei confronti di reclute o soldati che violano determinate regole.

    La commissione sottolinea che occorre migliorare anche la sicurezza all'interno dei centri federali d'asilo. Per questo ha accolto anche la mozione della Commissione delle istituzioni politiche del Nazionale 26.3522 sulla gestione efficiente dei richiedenti l'asilo problematici e sull'applicazione coerente della legge sull'asilo. La mozione non intende dunque attuare misure arbitrarie o illimitate, ma strumenti mirati, circoscritti e proporzionati per rispondere a situazioni concrete che oggi ricadono troppo spesso sui Cantoni, sui Comuni e sulla popolazione locale.

    Ricordo infine che il Consiglio degli Stati ha già accolto la mozione il 10 marzo 2026 con 32 voti contro 11. La Commissione delle istituzioni politiche del nostro consiglio propone a sua volta, con 13 voti contro 10 e 2 astensioni, di accogliere la mozione.

    Per queste ragioni vi invito a seguire la maggioranza della commissione e ad accogliere la mozione.

  2. Redetext
    Schweiz

    Collega Fonio, questa mozione permetterebbe di evitare imposizioni di fumosi progetti pilota ai Cantoni e Comuni che non sono stati interpellati preventivamente. Chiedo a lei, che ha buoni contatti con i Comuni del Mendrisiotto: Come hanno valutato questa mozione che mira ad evitare imposizioni e portare avanti i progetti pilota solo con l'avallo di Cantoni e Comuni interessati?

  3. Redetext
    Schweiz

    I nodi vengono al pettine. Nel 2017, con la strategia energetica 2050, la Svizzera ha deciso l'uscita graduale dal nucleare. È stato introdotto il divieto di costruire nuove centrali. Ci fu detto che era una scelta moderna, prudente, inevitabile. Evidentemente non lo era. Fu una scelta presa sotto la pressione dell'emozione generata da Fukushima, una decisione comprensibile forse sul piano emotivo ma evidentemente sbagliata sul piano strategico. Perché la politica energetica di un Paese non si costruisce sulla paura, si costruisce sulla sicurezza, sulla razionalità, sull'interesse nazionale.

    Si dirà, il popolo ha votato. Certo! Ma quella decisione fu sostenuta da una maggioranza granitica, tutta la sinistra, tutto il centro, incluso il PLR. Una maggioranza che promise al Paese una transizione facile: meno nucleare, più rinnovabili, stessa sicurezza, prezzi stabili. Oggi ne vediamo i risultati. Abbiamo iniziato a parlare di penuria, di blackout, di razionamenti, di riserve d'emergenza, di instabilità della rete. Termini che nella Svizzera dell'affidabilità energetica fino a pochi anni fa erano praticamente sconosciuti. E nel frattempo il conto arriva. Arriva alle famiglie, arriva alle PMI, arriva all'industria. L'adeguamento della rete alle nuove fonti di produzione costa miliardi di franchi, l'energia elettrica costa di più e la sicurezza diminuisce.

    Qualcuno dirà, anche senza l'uscita dal nucleare avremmo avuto delle difficoltà. Forse! Ma andiamo a guardare i nostri vicini. La Germania ha scelto l'uscita dal nucleare e ha puntato tutto sulla transizione verde. La Francia ha mantenuto una forte produzione nucleare. Secondo i dati più recenti disponibili, nel secondo semestre del 2025 il prezzo domestico dell'elettricità era di 43,83 centesimi per chilowattora in Germania e di 30,44 centesimi in Francia, tasse incluse, il 30 per cento in meno. Non è un dettaglio tecnico, è la bolletta delle famiglie, è il costo della vita, è la competitività delle imprese. La verità è che abbiamo perso più di dieci anni, anni nei quali la Svizzera avrebbe potuto mantenere e sviluppare competenze nel settore nucleare, competenze che avevamo, competenze che erano un atout. Invece abbiamo chiuso porte, spento ambizioni, impedito perfino di pianificare impianti di nuova generazione, più sicuri, più efficienti e più rispettosi del clima.

    Oggi possiamo almeno correggere la rotta. Infatti, l'iniziativa popolare "Stop al Blackout" ha il merito di riportare al centro la questione essenziale. La Svizzera deve avere elettricità in ogni momento a prezzi accessibili. Non solo quando splende il sole, non solo quando soffia il vento, non solo quando il mercato estero è favorevole - sempre!

    Il controprogetto indiretto va proprio nella direzione giusta. Non costruisce una nuova centrale domattina, non la costruisce nemmeno tra due anni. Non impone nulla a nessuno. Fa però una cosa semplice, ma decisiva: elimina un divieto tecnologico assurdo. Una politica seria non vieta una tecnologia per ideologia. La valuta, la confronta, guarda ai costi, alla sicurezza, alla stabilità della rete, all'indipendenza del Paese. Se il nucleare di nuova generazione sarà competitivo, sicuro e utile alla Svizzera, potrà allora imporsi. Se non lo sarà, non verrà preso in considerazione - è semplice.

    Oggi non possiamo permetterci di vietare persino la possibilità di scegliere. Perché questo divieto ha già prodotto abbastanza danni, ha indebolito la nostra libertà tecnologica, ha aumentato la dipendenza dall'estero, ha contribuito all'instabilità della rete e ha persino reso più care le bollette ai cittadini e alle imprese. E nessuno si è sinora preso la responsabilità politica di questo disastro. Se non produciamo abbastanza energia in Svizzera, ne importeremo dall'estero. Importeremo proprio ciò che qui facciamo finta di non volere: nucleare francese, gas tedesco, energia prodotta altrove, con regole che non controlliamo, a prezzi che definiscono gli altri. Questa non è virtù, è dipendenza.

    Per questo sostengo sia l'iniziativa che il controprogetto.

  4. Redetext
    Schweiz

    Intervengo a nome della maggioranza della Commissione delle istituzioni politiche per invitarvi a non togliere dal ruolo le iniziative cantonali ticinesi 15.320 e 15.321. Le due iniziative chiedono che la Confederazione crei la base giuridica necessaria affinché le autorità svizzere competenti possano richiedere sistematicamente e d'ufficio le informazioni sui precedenti penali dei cittadini dell'Unione europea che chiedono un permesso di dimora o un permesso per frontalieri, oppure che vengono distaccati in Svizzera da un'impresa nell'Unione europea. L'obiettivo è semplice e legittimo: consentire alle nostre autorità di disporre di informazioni importanti per la [PAGE 615] tutela dell'ordine e della sicurezza pubblici prima del rilascio di un'autorizzazione.

    La situazione oggi è nota: l'attuazione diretta dell'iniziativa si scontra con l'attuale quadro giuridico legato all'accordo sulla libera circolazione delle persone. Proprio per questo, negli ultimi anni, il Parlamento e il Consiglio federale hanno cercato strade praticabili per raggiungere almeno in parte l'obiettivo perseguito dal Canton Ticino. Sono tuttora in corso lavori relativi a una possibile partecipazione della Svizzera a Ecris, il sistema europeo di scambio di informazioni sui casellari giudiziali. Parallelamente non è ancora stato adempiuto il mandato d'esame relativo alla possibilità di un accordo bilaterale con l'Italia per lo scambio dei dati del casellario giudiziale. È quindi evidente che il dossier non è chiuso. Al contrario è ancora aperto, ancora attuale e ancora oggetto di approfondimenti da parte del Consiglio federale. Per la maggioranza della commissione sarebbe quindi sbagliato togliere dal ruolo queste iniziative oggi. Farlo significherebbe chiudere il dossier prima di conoscere gli esiti dei lavori in corso. Significherebbe anche privare il Parlamento della possibilità di intervenire qualora le soluzioni attualmente esplorate non dovessero portare ai risultati attesi, soprattutto dopo averne approvato il principio. Mantenere vive queste iniziative non significa ignorare i vincoli giuridici esistenti, significa semplicemente riconoscere che la questione sollevata dal Canton Ticino resta fondata e merita di essere tenuta aperta finché non vi sia chiarezza sugli strumenti concretamente disponibili.

    Per queste ragioni, a nome della maggioranza della commissione, vi chiedo di non togliere dal ruolo le iniziative in oggetto e di prolungare il termine per l'elaborazione di un progetto di atto legislativo.

  5. Redetext
    Schweiz

    Oggi non stiamo votando un articolo di legge, stiamo decidendo se la Svizzera vuole rimanere la Svizzera. L'iniziativa sulla neutralità chiede una cosa chiarissima: niente alleanze militari, niente guerre per conto di altri, niente sanzioni economiche contro Stati in guerra salvo le decisioni dell'ONU, un esercito forte per difenderci e una Svizzera che offre dialogo e buoni uffici. Tutto qui. Non è estremismo, è buonsenso.

    Per secoli la neutralità è stata il nostro scudo. Un piccolo Paese in mezzo alle grandi potenze ha una sola possibilità, non farsi trascinare nelle loro risse. Se due giganti litigano, il piccolo che si mette in mezzo non diventa un eroe, diventa una vittima. La nostra neutralità non è nata per moralismo, è nata per sopravvivere e ha sempre funzionato. Ma negli ultimi anni abbiamo iniziato a giocare con le parole: neutralità attiva, neutralità cooperativa, neutralità flessibile. Ogni nuovo aggettivo ha significato una sola cosa: allineamento e progressiva rinuncia alla nostra essenza.

    Dal 2022 la Svizzera ha ripreso integralmente e in modo acritico le sanzioni contro la Russia. Lo dico con chiarezza: io ero contrario, non perché giustifichi un'aggressione, ma perché uno Stato neutrale non partecipa a guerre economiche, soprattutto quando queste sanzioni non producono dei risultati tangibili. L'Unione europea e il Consiglio federale - adesso sempre attentamente allineato - ci avevano detto: "le sanzioni fermeranno la guerra", "metteremo la Russia di Putin in ginocchio". La guerra non si è fermata. Si è solo allungata, e la lista dei morti continua ad estendersi. E la Svizzera ha perso qualcosa di molto prezioso: parte della sua credibilità internazionale.

    Pochi mesi fa gli Stati Uniti hanno prelevato con la forza il presidente del Venezuela Maduro dalla sua abitazione per portarlo in America. Si dirà: "un dittatore in meno". Bene. Oggi assistiamo ad attacchi contro l'Iran da parte di Stati Uniti e Israele, azioni controverse e senza un mandato dell'ONU. Nel 2022 ci è stato detto che il criterio che aveva portato ad adottare le sanzioni contro la Russia era la violazione del diritto internazionale. Allora chiedo: per coerenza sanzioneremo anche gli Stati Uniti e Israele? No, e lo sappiamo tutti. Ecco la verità. La neutralità oggi viene applicata a seconda di chi abbiamo davanti. Se è un avversario geopolitico dell'Occidente, allora diventiamo durissimi e intransigenti. Se è un alleato dell'Occidente, diventiamo prudenti, pronti persino a dimenticare i principi enunciati poco tempo fa.

    Questa non è neutralità, è politica a doppio standard, è ipocrisia. Il consigliere federale Cassis ama dire che la neutralità non significa indifferenza. È una bellissima frase, ma oggi dovremmo probabilmente dire che la neutralità, in Svizzera, l'applichiamo a dipendenza di chi ci troviamo di fronte. O vale sempre, o non vale. Se lasciamo al Consiglio federale il potere di reinterpretarla ogni volta secondo il vento geopolitico, tra qualche anno resterà solo la parola, non più il contenuto. E allora saremo semplicemente un piccolo Stato che segue il coro, che ripete ciò che è politicamente corretto, che [PAGE 188] partecipa alle guerre economiche degli altri e poi si stupisce perché perde il ruolo di mediatore.

    La Svizzera non è un impero, non è una potenza militare. Non può permettersi il lusso delle crociate morali. La nostra forza è sempre stata un'altra: restare fuori, essere imparziali e parlare con tutti. La neutralità è il nostro scudo, è la nostra libertà, è la nostra indipendenza. Se la perdiamo non diventiamo più forti, diventiamo semplicemente irrilevanti. Per questi motivi, la neutralità deve essere chiaramente codificata nella Costituzione, togliendo il margine di apprezzamento a chi, come il Consiglio federale in primis, negli anni l'ha piegata alle convenienze del momento. Per questo vi chiedo di sostenere l'iniziativa - affinché la Svizzera ritorni ad essere neutrale davvero.

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